Guendalina Urbani

Trenta per ricominciare

2015

LA NUOVA PESA, Centro per l’arte contemporanea

a cura di Giovanni Damiani

Nazareno Biondo | Christophe Constantin | Marianna Felicetti | Kiril Hadzhiev | Guendalina Urbani

In questa mostra il mio compito era quello di individuare un gruppo di giovani artisti, i quali all’interno del percorso espositivo dovessero esplicitare un sentimento del nostro tempo. Compito non facile vista la grande confusione dovuta anche alla mancanza di punti di riferimento ideologici. Infine ho deciso di mettere insieme questi cinque artisti emergenti: Nazareno Biondo, Christophe Constantin, Marianna Felicetti, Kiril Hadzhiev e Guendalina Urbani. Decisione alla quale sono giunto nella consapevolezza di dover in un certo senso riuscire a intepretare sia l’attuale pluralità di linguaggi formali, sia una via ideologica rappresentativa, comune e percorribile. Così l’obbiettivo, che spero di aver raggiunto, è quello di creare un percorso espositivo eterogeneo dal punto di vista del linguaggio visivo, ma contemporaneamente capace di far percepire e trasmettere il forte legame ideologico che lega gli artisti.

I cinque, come si diceva, non hanno un linguaggio visivo simile. La mostra tenta infatti di abbracciare l’intera ampiezza di possibilità espressive, tra la preponderanza estetica di Marianna Felicetti e il puro piacere del procedimento mentale ricercato da Kiril Hadzhiev. Marianna Felicetti e Guendalina Urbani basano la loro ricerca sulla stimolazione sensoriale ed emotiva. Felicetti in alcuni casi si appriopria di immagini infantili, ad esempio i lecca-lecca, che istintivamente ci fanno “abbassare le difese”, in quanto ricondotte ad un periodo di incontaminata purezza e spensieratezza. Appena scoperto però che quel fluido e quelle forme attraenti sono in realtà il sangue stesso dell’artista, ci si sente destabilizzati, e immediatamente proviamo sgomento e repulsione. Lo stesso procedimento avviene nei confronti delle opere a muro, nelle quali il suo sangue sottovuoto tra due lastre di plexiglass crea fluide e sinuose forme attraenti, che al disvelamento del procedimento realizzativo e quindi del materiale utilizzato mutano l’attrazione in repulsione. Elementi estetici, sensoriali, tattili ed emotivi imprescindibili nella poetica di Guendalina Urbani sono invece il dolore, la tensione esistenziale, la percezione del suono, a volte stridente e metallico, altre volte invece improvviso, un boato. Gli oggetti sistematicamente posti sull’orlo esistenziale, fragili e al limite della sopravvivenza, appesi alla vita da un sottile filo di nylon come l’esempio dell’uovo sospeso sulla minacciosa tagliola, provocano suspance, tensione. Gli utensili casalinghi che quotidianamente utilizziamo, come spazzole, spazzolini e pettini, vengono trasformati in strumenti di tortura. La poetica visiva di Urbani crea una vera e propria ideologia dell’estetica della percezione.

Nazareno Biondo formula invece un linguaggio che trova un equilibrio tra l’attrazione formale ed estetica delle opere, unita allo stupore derivante dallo scoprire che quelle fluide pieghe sono state scolpite nel marmo, e un’ideologia che queste tentano di comunicare al fruitore. Ad una prima osservazione si potrebbe dire di lui che sia un artista Neo-Pop, e forse questo accade perchè riesce decisamente bene nel suo intento. Infatti i prodotti di rifiuto che rappresenta ed eternizza nel marmo, prima di questa promozione nobile, tutto sono tranne che icone, ma lo diventano in seguito, una volta marmorizzate. Dietro ad un procedimento che a prima vista può dunque sembrare semplicemente un virtuosismo pop, si nascondono invece profonde implicazioni etiche e morali. Le stesse che formula Constantin, il quale si appropria di icone classiche, sedimentate nell’inconscio bagaglio culturale di ogni essere umano, per dissacrarle, snobilitarle, degradarle, allo stesso modo in cui opera il sistema consumistico contemporaneo, che sfrutta e degrada qualunque simbolo, identità e ideologia per i suoi scopi. In una parola, se Biondo sottolinea criticamente la pratica contemporanea di nobilitazione di prodotti bassi a fini consumistici, Constantin ci pone innanzi all’altra faccia della medaglia caratterizzata dallo sfruttamento indistinto di qualsiasi icona,”alta” culturalmente, sempre per fini utili al sistema societario, che ha comportato l’appiattimento generale in cui viviamo.

Kiril Hadzhiev mette in scena invece il puro piacere del procedimento mentale che permette di svelare razionalmente il significato delle opere. I suoi lavori sono capaci di farsi conoscere intuitivamente e di farci riflettere. Sono simulacri di misteriosi messaggi, rebus risolvibili dal nostro intelletto che, svelandoli, prova piacere. Un piacere che proviene dall’estetica delle opere, ma sopratutto dall’esercizio mentale. Un piacere forte, sensibile, palpabile, che regge il confronto con quello tradizionalmente visivo ed estetico. Le opere di Hadzhiev sono un inno al pensiero, al procedimento mentale, alla stimolazione delle connessioni celebrali. Pizzicano e solleticano i trasmettitori neuronali.

Ora che è chiara l’eterogeneità dei linguaggi visivi di cui parlavo all’inizio e rendendomi conto di esser stato fin troppo prolisso anche se non totalmente esaustivo, vorrei centrare l’attenzione su qualcosa che accomuna tutti e cinque gli artisti. Quello che ho notato osservando e analizzando il loro lavoro è una decisa propensione all’immediatezza comunicativa e alla forza espressiva, alla necessità di riattivare le coscienze degli uomini e di riuscire a scuoterli per svegliarli dal passivo dormiveglia in cui riversano. Ritrovo un tratto comune nella critica ai valori dell’ideologia consumista, che ha appiattito culturalmente e spiritualmente l’essere umano. Una società superficiale, che causa superficialità di osservazione e di conoscenza, e provoca la cosiddetta visione distratta. Ritengo che ci sia probabilmente, come conseguenza a quanto detto fin’ora, anche una somiglianza nel reagire ad un’ arte che forse è restata fin troppo ferma su un piano metafisico e concettuale, di auto-interrogazione ontologica, e che ha bisogno ora di tornare più terrena, reale, umana e comunicativa. Forse c’è la sempre più viva necessità di un’ arte che sia funzionale, semplice, diretta e non fine a se stessa.

Giovanni Damiani